Cinquant’anni dopo. Da ieri mattina, una via e una piazza ricordano, a Laterza, Vito Larizza e gli altri 135 minatori italiani che nella trappola di carbone, gas e fiamme di Marcinelle, in Belgio, l’8 agosto del 1956 persero la vita. C’era il sole, ieri, lungo la Statale 7, l’Appia Nuova, che fiancheggia la zona industriale di Parco Avucchiara. Sole pieno, cielo azzurro: luce sulla polvere nera,mezzo secolo lontana, dei cunicoli bui di Marcinelle, dove 236 minatori (136 italiani, 22 pugliesi, 4 tarantini) inseguirono lavoro, dignità e futuro. Una storia di emigrazione, quella di Vito Larizza. Una come tante, in un dopoguerra segnato da stenti e povertà. E sogni. Partirono da Laterza nel ’54, carichi di speranza, aderendo alla chiamata, del «manifesto rosa», annuncio nazionale subdolo e illusorio, affisso nell’ambito dell’accordo italo-belga destinato a sollevare l’economia dell’uno e dell’altro Paese. Uomini in cambio di carbone, nella misura di uno a 200 chili (al giorno). Vito Larizza, allora ventinovenne, la moglie Maria Giannico, i figli Donata, Federico e Onofrio furono trasferiti dalla stazione di Milano in Belgio in carri-bestiame, prima di essere avviati al pozzo di Marcinelle. E ancor prima di toccare con mano condizioni di lavoro, e di vita, disumane. Fino all’8 agosto del ’56: quando il «grisù», acceso dai cavi elettrici tranciati da un carrello lasciato nel posto sbagliato, fece da polveriera ai 1035 metri di profondità del «Bois du Cazier» (oggi museo nazionale). Due mesi dopo, in ottobre, una folla immensa e commossa accolse a Laterza la salma di Vito Larizza. Ma sarebbero passati cinquant’anni ancora prima della medaglia d’oro alla memoria assegnata dal presidente Carlo Azeglio Ciampi (31 maggio 2005) ai 136 minatori italiani, e prima dell’intitolazione a Vito Larizza e ai Caduti di Marcinelle di una via e di una piazza, nell’area industriale di Laterza. «Da oggi questo è luogo di storia e di lavoro» hanno ricordato il sindaco Giuseppe Cristella e Gianvito Bruno, assessore alla Cultura. Ieri mattina, presenti i figli del minatore laertino (oggi tutti residenti a Taranto: c’era anche Angelo, nato 51 anni fa in Belgio), la ricercatrice di storia locale Maria Carmela Bonelli, e Sebastiano Scandereberg, testimone della catastrofe, don Lorenzo Cangiulli ha benedetto un monumentosimbolo del tragico evento: un carrello (vero) di Marcinelle e un minatore scolpito in pietra, donati dallo stesso Scandereberg, ricorderanno, non solo ai laertini, i morti del «Bois du Cazier». E il sogno infranto degli uomini-carbone.